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Ricordando Enotrio Pugliese. “Io vivo, opero in questa condizione etico-culturale di calabresità”.

Maggio 9, 2026
Salvatore Giuseppe Di Spena

Di Francesco Famà.

A chiji pochi amici chi mi                              
restaru.                                                            
Chi comu a mia partiru                              
comu lindaneji timurusi                                   
e tornaru arrahati comu
lindanuni vecchji.                                             

Pigghijamundi stu cafè                                    
nsemi e vidimu s’avimu                  
di ciangiri o d’arridiri.                                       

A centosei anni dalla sua nascita l’opera di Enotrio Pugliese, pittore, incisore e poeta tra i più brillanti del secondo dopoguerra, riesce ancora a sedurre con il suo essere così straordinariamente essenziale e graffiante. Nonostante la sua figura, per mancanza di studi, sia passata sottotraccia e celata al grande pubblico, oggi sembra essere arrivata una perfetta congiuntura storica per poterne constatare l’incantevole attualità. Temi come spopolamento, emigrazione e disagio sociale, fulcro dell’opera enotriana, stanno oggi incoraggiando una radicale rigenerazione di quei luoghi tenuti al margine. Sembra essere giunta l’ora di prendere questo caffè insieme e ragionare di Enotrio

Il destino di emigrante Enotrio lo portava nel DNA, lui che era nato a Buenos Aires nel 1920, da una famiglia calabrese arrivata in Argentina all’inizio del secolo e tornata per la malattia della madre a San Costantino Calabro (VV) nel 1926. “Una malattia ereditaria […] come il diabete, che ti accompagnano per tutta la vita e ti condizionano l’esistenza”, così il pittore definisce l’emigrazione. Il desiderio di fuga lo porterà a Roma nel 1939, nella piena fibrillazione che trascinerà l’Italia nel conflitto mondiale. Una guerra che Enotrio combatterà da soldato e, dopo il settembre del ’43, da partigiano, partecipando attivamente alla Resistenza fino alla Liberazione. “Qual è il ricordo più bello della tua vita?”, chiede Berenice in un’intervista del 1974 all’artista, che risponde: “Una corsa a perdifiato all’alba, il giorno della Liberazione di Roma”. Decide nella frenesia culturale, sociale e artistica della Roma post-bellica di seguire quei moti che lo spingevano verso la via dell’arte. Dal carattere schivo, umile e non incline a far parlare di sé, Enotrio comincerà a lavorare freneticamente interessandosi all’impegno politico del nascente Neorealismo. Il decennio 1945-1956 sarà il periodo in cui costruisce una propria grammatica pittorica, il momento in cui imparare il mestiere. Fabbriche, paesaggi, periferie, dai toni cupi, nevrotici; figure di pescatori, ragazze, operai, dai profili netti e scuri. Così si presentava la pittura del primo Enotrio, ancora secca e in fase di maturazione, certamente, ma già politica e attenta al fattore umano. Una pittura che si allineava ai pittori del suo tempo: da Domenico Purificato, suo primo maestro, a Corrado Cagli, Carlo Levi e Renato Guttuso. 

A metà degli anni ’50 ad una svolta biografica ne coincide una espressiva. Il padre Gaetano, in Calabria, si ammala ed Enotrio per assisterlo è costretto a tornare frequentemente nella sua terra. Nelle dodici ore di treno che separavano allora la Capitale da Vibo Valentia, scorrono a ritroso dal finestrino quei luoghi che si era lasciato alle spalle: “uliveti, case contadine, paesi allucinati e abbarbicati su creste di monte, tetti asserragliati, come se la gente vivesse sotto un unico soffitto di tegole, i bianchi degli intonaci che forse erano più abbaglianti, perché lapidi della desolazione, di quelli sironiani”. Non è al facile estetismo che Enotrio si ferma. Oltre l’amore, c’è il sottosviluppo della sua Calabria, come racconterà: “è l’odio per certe disfunzioni che mi ha portato ad avere una certa attenzione anche per la parte sociale del mondo che ho abbandonato”. Se il nome
è presagio, destino, Nomen Omen, come scrive Plauto, si può affermare che Enotrio si riscopre un Enotrio,[1] erede di quella terra. Come da figlio si era preso cura del padre, ora avvertiva il dovere morale di occuparsi di quei territori che da troppo tempo vivevano nell’emarginazione civile, sociale e politica. Un ritorno più spirituale che concreto (di fatto vivrà stabilmente a Roma) ma che lo porterà a ripensare la sua pittura in chiave meridionalista. Da qui i paesaggi malinconici, sospesi e vuoti; le nature morte, memoria della drammatica austerità della civiltà contadina; pescatori e braccianti resi stanchi dal lavoro di cui non ne godono i benefici perché subalterni ai padroni; donne e madri nere, consumate dai lutti, dai sacrifici per i loro figli, ma temprate alla fatica; i treni, inesorabili visioni del destino a cui sembra che ogni meridionale debba sottomettersi. Il tratto è vibrante, il colore terso. Alla fredda concretezza delle fabbriche si contrappone adesso la metafisica visione di una Calabria immobile


[1] Enotrio significa “abitante dell’Enotria”, un’antica regione preromana che comprendeva alcune regione meridionali, tra cui la Calabria.

Prolifica e di successo sarà la stagione che segue: tre partecipazioni alla Quadriennale e ad a importanti collettive accanto ai grandi maestri (tra gli altri Guttuso e De Chirico); stretti rapporti con galleristi e intellettuali e, soprattutto, le prime grandi mostre personali. Intorno al 1959 (forse prima) il suo cammino si incrocia con quello di Franco Costabile. Quello con il poeta di Sambiase è un rapporto prolifico e di reciproca influenza, sul piano umano e professionale, meritorio di una trattazione più ampia. Basta qui ricordare la lettera, datata 27 marzo 1965, che il poeta di Sambiase scrive ad Enotrio, 18 giorni prima di suicidarsi:

Caro Enotrio.
Isolato come te, e come te chiuso,
con pochi amici, e l’odore 
della terra. del mondo.
E il tuo lavoro, i tuoi studi.
È difficile vivere. Lavorare.
Tu però, me ne dai l’esempio, di 
come si lotta, duramente senza orgo-
glio ma con dignità
Ti ricordo
Franco
27- III-1965

La lezione di Costabile traccia un solco indelebile nel cuore del pittore, una perdita che lo porterà a precise scelte formali e umane. La sua pittura, dopo la metà degli anni ’60, acquisirà la massima carica di impegno sociale. Negli anni ’70 è tra i pittori più noti e apprezzati dai collezionisti, nel mentre esplora nuove vie: incrementa la sua produzione grafica e, soprattutto, esordisce come poeta. Due raccolte di componimenti saranno pubblicate, a distanza di pochi mesi, sul finire del 1976 per la collana Autoritratto edita da Carte Segrete. Enotrio, penna raffinatissima come si evince dalle sue lettere, si spoglia di ogni intellettualismo e decide di scrivere i suoi versi in dialetto perché come spiega: “Io vivo, opero in questa condizione etico-culturale di calabresità e non voglio e non posso cambiare. Anche nelle mie poesie […] ho voluto riprodurre i suoni della mia gente, farmi medium della saggezza contadina, della sua aspirazione alla giustizia, dei suoi problemi di sopravvivenza, del suo saper conciliare misticismo e pagnotta.” Nell’interpretare il passato Enotrio cerca il futuro, come scrive Agamben “fra l’arcaico e il moderno c’è un appuntamento segreto, e non tanto perché proprio le forme più arcaiche sembrano esercitare sul presente un fascino particolare, quanto perché la chiave del moderno è nascosta nell’immemoriale e nel preistorico.” Non una volontà di mitizzare la civiltà contadina, ma raccontarne il disagio e recuperarne la genuinità, l’equilibrio e la saggezza.

Negli stessi anni Enotrio sentirà una spinta che lo porta a incidere concretamente alla rigenerazione della Calabria, facendosi diretto promotore per la costruzione di opere civili e sociali nei suoi luoghi di origine. Vito Teti nel suo La restanza scrive come  “oggi i paesi possono diventare luogo di un possibile futuro a condizione che siano pensati in maniera nuova, che si affermino diversi modelli di sviluppo, mutamenti di stile di vita, usi adeguati delle risorse, un rinnovato rispetto del territorio.” Nel suo paese, San Costantino Calabro, Enotrio farà costruire una Casa del Popolo, la prima in Calabria, da lui voluta, finanziata e donata al Partito Comunista Italiano per i suoi concittadini. Un luogo, dotato anche di una sala teatro e di una biblioteca, dove avrebbero dovuto prosperare l’educazione sociale, il confronto, la bellezza e la cultura. Scrive Enotrio in una lettera all’allora sindaco Mico Famà: “Il mio è il più semplice, spontaneo e naturale gesto di un compagno che ha solo la fortuna di esercitare un mestiere di qualità. […] il paese che amo di più, dove mi sono formato e sono cresciuto mi procura oggi con la sua maturazione politica e civile l’orgoglio di potermi sentire veramente utile con il mio modesto lavoro”. Oggi la struttura, per una serie di controversie legali, si trova all’asta, con il rischio che il gesto d’amore di Enotrio rimanga vano, simbolo di una Calabria che non vuole cambiare. 

Enotrio Pugliese non riuscì mai a tornare in Calabria definitivamente anche se “ossessionato da una vecchiaia che tarda a venire, in cui sarò piacevolmente costretto al grande ritorno”. Nel 1989, ormai malato, a tre mesi circa dalla morte decise però di ritirarsi nella sua terra per il ricongiungimento finale. “Ancora oggi in Calabria si ritorna solo per morire” aveva detto, risoluto e fulmineo, a Tonino Sicoli ricordando il ritorno in Calabria della madre. Si spense il 21 agosto del 1989 nella sua casa sul mare a Pizzo. Venne sepolto nel Cimitero comunale di San Costantino Calabro, dove oggi riposa lasciando la timida volontà di essere ricordato per quello che è stato in vita, un artista convinto che “la sopravvivenza o la fine di questo unico mondo, che siamo tutti noi, si misurerà sempre più, nel futuro su quelle terra del silenzio e della stasi, come la mia Calabria.”


Bibliografia

Traversetti B, Enotrio, Roma, Centro d’arte La Barcaccia, 1967

Berenice, Enotrio: calabresità come negritudine, in Berenice, Presi a volo, Roma, Il Rinnovamento, 1974.

Pugliese E., Ncojati manifestu, figuri e cosi calabrisi, Roma, Galleria la Barcaccia, 1976.

Sicoli T., «Dipingo le cose minute». Incontro con Enotrio Pugliese, in “questaCalabria”, n.58, Catanzaro, 2 dicembre 1978.

Scotti A., Incontro con i “protagonisti” dell’arte figurativa. Enotrio, Roma, “L’eco della stampa”, 4 novembre 1977

Nicolai R., La Xilografia di Enotrio, Macerata Istituto Editoriale Europeo, 1983.

AA.VV., Enotrio e la Calabria, Vibo Valentia, Qualecultura, 1989.

Agamben G., Che cos’è il contemporaneo?, Roma, Nottetempo, 2008.

Teti V., La restanza ,Torino, Einaudi, 2022.

Francesco Famà nasce a Vibo Valentia nel 2002. Cresce in un ambiente ricco di stimoli artistici che gli consente di sviluppare una passione per la pittura e la Storia dell’arte. Frequenta il liceo Artistico “Domenico Colao” a Vibo Valentia, indirizzo Arti Figurative. Decide di seguire la sua passione per la Storia dell’arte iscrivendosi al corso di Scienze Beni Culturali presso l’Università degli Studi della Tuscia a Viterbo. Nel 2024 si laurea con una tesi in Storia dell’arte contemporanea, sul pittore calabrese Enotrio Pugliese, dal titolo “Enotrio. Grafica e poesia”, in cui approfondisce la ricerca biografica, poetica e tematica dell’artista, mettendo a fuoco la poesia e la produzione grafica. Attualmente sta continuando i suoi studi in Storia dell’arte presso l’Università della Tuscia.

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