Volge al termine Intinto nell’aria, prima residenza d’artista della stagione Sense 2025, all’interno del format originale delle Stanze di vita immaginaria, giunto quest’anno alla seconda edizione. Ad inaugurare il dialogo tra poesia, arte e natura nei terrazzamenti boschivi del Museo d’Arte del Bosco della Sila, l’artista torinese Enrico Iuliano e il poeta bolognese Bartolomeo Bellanova, che dal 23 al 29 giugno, attraverso un’ibridazione dinamica e fluida, hanno contribuito a rendere omaggio a Mario Giacomelli, figura emblematica del Novecento italiano e filo conduttore delle tre residenze artistiche 2025.
Dialogo coi protagonisti

Enrico Iuliano nasce a Torino nel 1968. Inizia la sua attività artistica nel 1989 e nel corso degli anni ha partecipato a numerose mostre, nazionali ed internazionali, in gallerie private e in spazi pubblici.
Nel 1999 vince il premio residenza Pèpiniéres pour le jeunes artistes che gli consente di realizzare nel 2000 una personale itinerante nelle città di Valencia e Madrid. Di particolare interesse sono le personali tenutesi a New York nel 2001 e ancora a Madrid nel 2004. Tra le mostre nazionali di rilievo troviamo Ink del 2006 e Tempo reale del 2018, entrambe a Torino e Comingoing nel 2016 al Museo d’arte contemporanea Castello di Rivara. Alcune sue opere fanno parte di collezioni private, di spazi pubblici e di musei come la GAM di Torino o la fondazione tedesca VAF Stiftung. Attualmente collabora con la galleria Riccardo Costantini Contemporary di Torino ed è docente di Scultura all’Accademia di belle arti di Foggia.
D: L’opera Intinto nell’aria a 988,22 km e 315,46° crea al MABOS una dicotomia materico-spirituale; da una parte l’acciaio dell’installazione, stabile, immobile, non a caso inossidabile, dall’altra il paesaggio boschivo in cui va ad inserirsi, mutevole, cangiante, effimero. La scelta di utilizzare oggi un materiale così resistente al trascorrere del tempo, si lega in qualche modo alle parole che leggevamo nella Tempo reale del 2017: “Passano tutti tutti Passa di tutto Tutto passa Passa tutto”?
R: Al Mabos ho usato l’acciaio inossidabile perché oltre alla sua capacità di durata nel tempo, indispensabile quando si concepisce un lavoro all’aperto, si inseriva perfettamente nel bosco, con una certa durezza indubbiamente, ma anche con eleganza e discrezione. Le superfici sono satinate mentre il pennino è lucidato a specchio, così da assorbire e restituire il paesaggio circostante. Concettualmente però è un lavoro distante da Tempo reale, perché non evidenzia l’inesorabile velocità dello scorrere del tempo. Ma ovviamente attorno ci sarà il mutamento del bosco dovuto al susseguirsi delle stagioni, alla crescita della vegetazione e alla caduta degli aghi di pino, delle pigne, anche sula scrivania e sulla sedia. Quelle parole quindi sono sempre attuali, nel tempo reale che viviamo non c’è niente di immobile, ma passano tutti, tutti, passa di tutto…
D: Significativo è il pennino stilografico esageratamente ingrandito, che invece di scrivere aggiungendo, cancella, muovendosi per sottrazione. Le dimensioni così grandi, volutamente sproporzionate, sottintendono una forte urgenza di ritorno all’essenziale?
R: L’ingrandimento dell’oggetto ha una sua funzione nella scultura, non solo in quella pop, ed in alcune opere anch’io ho seguito e seguo ancora questa regola. Ampliare le dimensioni enfatizza il pennino, lo mette in risalto e non è solo una ragione estetica: così facendo evidenzio l’importanza della scrittura, della poesia, della politica; le regole e le leggi che guidano le civiltà sono state tramandate attraverso la scrittura e mi piace pensare che quel momento sia fissato, come un fermo immagine plastico, in una punta di stilografica che traccia un segno…anche se oggi molte di quelle regole scritte stanno diventando carta straccia. Quanto alla scrittura che sottrae, fa parte di una propensione del mio lavoro che tende sempre verso l’alleggerimento, verso la sottrazione del peso e l’essenzialità delle linee, delle forme e dei volumi.
D: Nella parte alta dello schienale della sedia troneggia la frase “sono uscito a cercare l’orizzonte torno subito“. Non a caso essa è indirizzata verso il mare, in particolare verso Torino, “orizzonte” delle sua famiglia. Questo concetto riprende uno dei nuclei tematici più importanti del MABOS, la serie di Giacomelli su Il canto dei nuovi emigranti , che si conclude con un perentorio: “Addio / terra. / Salutiamoci, / è ora.” Lei ha già trovato il suo orizzonte e sta preparando le valigie per tornare o è ancora in viaggio dopo l’agrodolce sapore di un addio?
R: Sono alla costante ricerca di nuovi orizzonti, nel lavoro così come nella vita. Per questo, all’interno della mia ricerca, le opere sono sempre state in continua evoluzione e hanno affrontato diverse fasi e nuclei tematici nel corso degli anni: pennini, calamite, fili di cotone, bilance, veicoli a motore, liquidi mossi dal suono, letti, sono tutti elementi che di volta in volta hanno contribuito a formare una precisa cifra linguistica. Nella vita invece i nuovi orizzonti li cerco viaggiando, soprattutto in oriente. Il viaggio porta alla conoscenza di culture diverse dalla nostra, ad un’apertura mentale e l’oriente mi piace perché mi fa dimenticare la nostra visione eurocentrica. Io non sono andato via da casa, sono figlio però dell’emigrazione, e questa condizione implica comunque un legame con la terra di origine della famiglia, si cerca sempre di ricucire uno strappo. Ho apprezzato molto il lavoro per immagini di Giacomelli esposto al Mabos, potente come le immagini che emergono dal testo di Costabile: io a Torino di automobili targate Magna Grecia ne ho viste veramente tante!

Bartolomeo Bellanova nasce a Bologna nel 1965. Inizia la sua attività letteraria nel 2009 con La fuga e il risveglio (Albatros Il Filo), suo primo romanzo, a cui segue nel 2012 Ogni lacrima è degna (In.Edit). Nell’ambito della poesia ha pubblicato nel 2015 A perdicuore – Versi Scomposti e liberati (David and Matthaus), nel 2017 Gocce insorgenti (Terre d’Ulivi Edizione), nel 2021 Diramazioni (Ensemble), nel 2022 Perdite (Puntoacapo) e nel 2024 Attraversamenti (Puntoacapo). I suoi versi sono stati pubblicati in diverse antologie. Ha fatto parte della redazione della rivista culturale lamacchinasognante e dello staff di Bologna in Lettere.
D: La pellicola di cellophane, che ricopriva il piano e i pannelli laterali dell’opera, opponeva resistenza alla vostra volontà di dilaniarla. Appaiono, a questo punto, quasi come una prolessi i tuoi versi in Maya “Sto dentro alla mandorla / e sto fuori nel tulle avvolgente / nella pellicola trasparente / che ogni cosa tiene”. Durante questa esperienza totalizzante al Mabos, senti di esser riuscito a strappare anche tu parte di questo velo?
R: L’immersione nei sentieri boschivi del Mabos con i ronzii, il frusciare delle lucertole e il gracidìo delle rane in lontananza mi hanno permesso di staccare temporaneamente il pensiero antropocentrico da cui siamo forgiati, che ci mette al centro di ogni azione e di ogni decisione che riguarda noi e gli altri esseri viventi. Questa è la prima pellicola che si è strappata: è stato riappropriarsi di una dimensione mentale lontana dall’ansia di prestazione e dalla centralità dell’ego. Qui, anche una sola pigna caduta tra i piedi, poteva provocare una rovinosa caduta se non mi fossi allontanato dalla continua generazione di pensieri e obiettivi futuri o da rivisitazioni inutili di eventi passati. E allora ho notato che più la mente si liberava, più aumentava la concentrazione e la presenza mentale: erano percezioni nuove che passavano attraverso quegli strappi del nostro pensiero. La seconda pellicola che si è strappata, in conseguenza della prima, è stata quella del limite fisico del mio corpo, che mi sembrava potersi espandere tra i profumi e i colori, senza più le anguste limitazioni di scheletro ed epidermide. Le due cose sono andate di pari passo e hanno lasciato un ricordo vivido di equilibrio e serenità, dopo che la pellicola che ci avvolge (mente e corpo) si è ritornata a chiudere nei giorni successivi alla fine della residenza.
D: In una realtà fatta di mutamenti e trasformazioni sempre più veloci, simili al “continuo e silenzioso lavorio di tutte le vite minime nascoste sotto agli aghi di pino”, l’opzione di essere dei blocchi di acciaio inossidabile è ancora possibile? a che prezzo?
R: Non credo sia possibile affrontare la vita, a maggior ragione nella velocità frastornante dei cambiamenti odierni, come un blocco monolitico di acciaio. Se, da un lato, l’acciaio inossidabile assicura un’ottima “resistenza alle ossidazioni e alle corrosioni , rispetto al comune acciaio non legato (anche detto acciaio al carbonio ), grazie alla formazione di un sottile strato (dell’ordine dei nanometri) di ossido superficiale detto anche “Film passivante”, il quale protegge la lega dall’attacco di agenti atmosferici ed esterni 1”, immaginare di affrontare la quotidianità con queste caratteristiche, ci porterebbe a un conflitto e a una battaglia permanenti. Per continuare con la metafora utilizzata nella domanda, credo che le complessità e le sfide della società attuale, possano essere affrontate in modo più efficace ed efficiente se fossimo canne di bambù che si adattano facilmente alle condizioni più avverse e sopravvivono anche in condizioni estreme. Ciò ci consentirebbe di un alto grado di elasticità mentale e di confronto rispetto a posizioni diverse dalle nostre, senza arroccamenti, ma anche senza rinunciare ai propri intimi princìpi dettati dalla coscienza che resta la fiamma guida del nostro agire. Si tratta, detto con le parole del Vangelo di “essere nel mondo, ma non del mondo”. L’esempio che porto è quello dei social: evitarli e disertarli è davvero la strategia migliore? O forse non è meglio usarli per contattare amici con i quali si condividono passioni e battaglie sociali, creare reti che si espandano senza clamore come tele di ragno tra i rami dei pini, organizzare incontri, scambiarci informazioni utili?
1 Silvia Barella e Andrea Gruttadauria, Capitolo 7.6 – Gli acciai inossidabili, in Metallurgia e materiali non metallici, Società Editrice Esculapio s.r.l.
D: Leggendo le tue Note a Intinto nell’aria, pensavo a quanto la quiete del Mabos potesse svelare. Mi venivano in mente i versi di un poeta che scoprimmo avere in comune l’ultima volta che ci siamo incontrati, in occasione di una residenza poetica; “Ma qui vedo. Parlo. / Qui dialogo. Io / qui mi rispondo e ho il mio / interlocutore. /“, scrive Giorgio Caproni. È forse il silenzio il miglior interlocutore?
R: La dimensione del silenzio per me è fondamentale nel dialogo con i testi amati, con la propria scrittura e, anche, con la parola dell’Eterno che nel silenzio trova la sua espressione, più che nel folto di una chiesa, di una moschea o di una sinagoga.Nel silenzio Lui parla in modo inequivocabile, dà segnali: sta a noi coglierne il senso nel nostro vivere quotidiano.

di Salvatore Giuseppe Di Spena
