Magazine Museo Mabos
Open daily 10:00u20135:00,
Thursdays until 8:00

Giacomelli. “Il fotografo e l’artista”, recensione della mostra

Settembre 8, 2025
Salvatore Giuseppe Di Spena

Di Laura D’Andrea (storica dell’arte, curatrice, perito d’arte, specializzata in arte contemporanea e museologia)

A cento anni dalla nascita di Mario Giacomelli, in tutta Italia si celebra l’eredità artistica e culturale di una delle figure centrali del panorama visivo del secondo Novecento. Artista che ha incarnato nella sua opera i profondi mutamenti del linguaggio fotografico (e non solo) che hanno contraddistinto gli anni Sessanta e Settanta, e che da quel momento hanno posto le basi di partenza per una riflessione formale più ampia, ponendosi in un cruciale punto di passaggio tra una tradizione estetica fortemente radicata nel realismo e una sensibilità postmoderna che mira a trascenderlo e sublimarlo

Circa 300 stampe originali, molte delle quali inedite e mai esposte, hanno caratterizzato due mostre simultanee e complementari: una a Palazzo delle Esposizioni a Roma, l’altra a Palazzo Reale a Milano. Promosse dall’Archivio Giacomelli per celebrare il centenario della nascita del fotografo, le esposizioni hanno sottolineato la multiformità dell’opera di Giacomelli e la sua capacità di attraversare, contaminare e farsi contaminare da diverse discipline artistiche. A Milano, “Mario Giacomelli. Il fotografo e il poeta” ha messo in luce il profondo legame tra la sua fotografia e la poesia, mostrando come la sua ricerca si intrecciasse con l’universo lirico; a Roma, invece, la mostra si è concentrata sul dialogo tra le opere di Giacomelli e le arti visive a lui contemporanee


La sua fotografia è al tempo stesso testimonianza della realtà, visione poetica e continua sperimentazione formale. Il suo sguardo, fortemente personale, ha saputo fondere l’intensità dell’esperienza con una tensione espressiva unica, restituendo immagini dense di significato e cariche di emozione” scrivono Bartolomeo Pietromarchi e Katiuscia Biondi Giacomelli nell’introduzione alla mostra “Mario Giacomelli. Il fotografo e l’artista” a Palazzo delle Esposizioni a Roma. Una mostra con un titolo dal doppio significato, perché se è vero che il punto di partenza è l’esplorazione del legame tra Giacomelli e altri artisti (Afro, Roger Ballen, Alberto Burri, Enzo Cucchi, Jannis Kounellis), è altresì vero che la mostra è risultata un vero e proprio viaggio che cattura e guida il visitatore attraverso tutte le diverse fasi artistiche dell’estremamente prolifica opera di Giacomelli. Fotografo e artista, perché riferirsi a Giacomelli con il solo appellativo di fotografo risulta estremamente riduttivo, e vero e proprio poeta visivo, utilizza la macchina fotografica come mezzo di una ricerca che non si conclude con la cattura di elementi della realtà, ma che anzi da qui parte per una sperimentazione che arriva a trascendere la materia, in una costante tensione tra formale e spirituale

PER RIVIVERE LA MOSTRA: GIACOMELLI. “IL FOTOGRAFO E L’ARTISTA”, PALAZZO DELLE ESPOSIZIONI, ROMA, 20/05 – 03/08 2025

Il percorso espositivo a Palazzo delle Esposizioni si apre con una stanza immersiva, un flusso continuo di immagini, suoni e parole dell’artista, che avrebbero il compito di introdurre il visitatore al “cuore della poetica” del fotografo, ma che, come quasi in ogni esperienza “immersiva” che comprenda opere proiettate sulle pareti in scala ingrandita accompagnate da un sottofondo musicale coinvolgente, lasciano sicuramente un senso di stupore, ma non tutti gli strumenti per riuscire a decifrare un linguaggio decisamente più complesso. Superata la parentesi introduttiva, già dalla prima stanza il fascino misterioso delle fotografie di Giacomelli riesce da solo a coinvolgere in maniera efficace il visitatore, ponendolo di fronte a paesaggi decisamente inaspettati: il paesaggio nelle fotografie non viene semplicemente rappresentato, ma trasceso, gli scatti (realizzati per lo più dall’alto) vengono continuamente manipolati e trasformati in camera oscura, fino a diventare qualcosa di altro, sospesi in una dimensione di surrealtà, in cui il forte contrasto, il segno, la dimensione materica si fanno protagonisti. Ed è così che nelle prime due sale, dedicate appunto al tema “Astrazione-Materia”, si rivelano attraverso alcune delle serie fotografiche più emblematiche di Giacomelli (“Presa di coscienza sula natura”, “Territorio del linguaggio”, “Metamorfosi della terra”), immagini in cui si dissolve ogni intento descrittivo del paesaggio, dove il territorio riflette una dimensione introspettiva ed espressiva, in diretto dialogo con le sperimentazioni formali dell’epoca. Particolarmente calzante è infatti l’accostamento con le opere di Burri, artista con cui Giacomelli ha condiviso un legame personale oltre che artistico, e da cui la sua poetica risulta fortemente influenzata: vedendo una Combustione e un Cretto di Burri accanto alle fotografie di Giacomelli, ci si rende conto di come per entrambi gli artisti la superficie è un campo di infinite trasformazioni in cui il gesto fisico si trasforma in energia generatrice. La sintesi tra fisicità e introspezione, tra percezione concreta e immaginazione è ciò che rende estremamente vicine le opere dei due artisti: saldamente radicate nel reale ma proiettate verso un altrove tutto spirituale. Opere come “Motivo suggerito dal taglio dell’albero” (1966-68) sono indicative di quanto Giacomelli si sentisse vicino all’informale e all’astratto, in cui la sezione di un tronco d’albero diventa fonte d’ispirazione in cui forme evocative e simboliche finiscono per oltrepassare il dato reale per accedere a un piano di risonanza emotiva.

Allenta la tensione, in seguito, il tentativo di dialogo con l’opera di Jannis Kounellis nella sala 3, dedicata a delle serie di fotografie decisamente d’impatto (“Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, “Lourdes”, “Mattatoio”) che partono da un  nucleo fortemente drammatico, quello della malattia e della morte, per intraprendere poi un percorso visivo che, come in tutti gli altri lavori del fotografo, riesce a trascendere il dato oggettivo, sublimando le immagini in una dimensione simbolica costruita su un’attenta manipolazione di ogni scatto, manipolazione che si concentra sull’evidenziare i forti contrasti tra bianco e nero, le forme e le posizioni dei vari elementi che compongono le immagini slegati da ciò che rappresentano. In queste serie fotografiche, ancora più che nelle precedenti, si fa ampio il distacco tra un soggetto fortemente radicato nel dato reale, aspetto accentuato anche dalla dimensione patetica e umana di ciò che viene ritratto, e l’intervento poetico e consapevole dell’artista, che mira a trasportare l’immagine in una dimensione puramente estetica e spirituale. Il risultato è di una rara intensità, la potenza di queste immagini basta da sola a riempire la stanza di significato, tanto da rendere del tutto superflua, se non addirittura quasi un elemento d’arredo la scultura di Kounellis, che invece meriterebbe una riflessione adeguata in un contesto più adatto.

L’apice della poesia visiva di Giacomelli si raggiunge nella stanza 5, interamente dedicata alla sua serie fotografica più celebre e forse anche la più emblematica, ovvero “Io non ho mani che mi accarezzino il volto”. Ritratti di vita quotidiana di giovani seminaristi capaci di sprigionare leggerezza e profondità contemporaneamente, slancio vitale e riflessione estatica, imbevuti in un’atmosfera felliniana tra realtà e sogno. Quasi come in una performance, le figure nere allungate dei seminaristi si uniscono in una danza dal sapore matissiano, sparpagliate all’interno di uno spazio bianco totalmente desaturato. Il contrasto fortemente accentuato, inoltre, conferisce agli scatti un aspetto quasi bidimensionale: ne risultano delle composizioni che nulla hanno più a che vedere con il dato reale, trasportate in una dimensione immaginifica e riflessiva. Le opere, accostate secondo composizioni asimmetriche sulla parete, guardate da una certa distanza, ricordano tante piccole macchie e segni stagliati su un unico sfondo, rimandando immediatamente alla gestualità istintiva ed espressiva dell’informale. Tale risultato è raggiunto però attraverso una consapevole, continua ed ossessiva manipolazione delle immagini, come testimoniano i numerosi provini esposti lungo tutto il percorso della mostra, fitti di annotazioni di Giacomelli, che, instancabilmente, a partire da uno stesso scatto, ne realizzava più variazioni, esplorando tagli, contrasti e soluzioni compositive sempre più spinte verso l’astrazione. Tale processo in camera oscura diventa un vero e proprio rituale, alla base di una pratica fondata sulla continua rilettura dell’immagine.

Le ultime due stanze racchiudono gli scatti più tardi della carriera di Giacomelli, in cui ritornano gli elementi che contraddistinguono il suo lavoro, rimescolati tra loro e rielaborati sempre in chiave nuova e diversa, e in alcuni casi anche più sentimentale: il paesaggio, il ritratto, la casa, il territorio vissuto sia attraverso i luoghi che attraverso le persone. Un’ampia composizione di scatti messi in dialogo con l’opera “Tetto” di Enzo Cucchi, altro artista fortemente radicato al proprio territorio, che diventa spazio mentale ed evocazione di un mondo insieme materico e onirico, popolato di memoria e fantasmi. Fantasmi che ritornano, ma più misteriosi e perturbanti, nell’opera di Roger Ballen, ultimo artista del percorso espositivo a venire associato a Giacomelli. Le figure ambigue e spettrali che popolano i suoi scatti sono calate in scenari teatrali e simbolici, in bilico tra il reale e l’allucinatorio, che richiamano, per affinità più che per stile, la tensione spirituale e formale dell’ultima produzione di Giacomelli. In serie come, ad esempio, “La domenica prima” gli scatti di Giacomelli sono attraversati da una dimensione sempre più introspettiva, da un lirismo sempre più rarefatto e da un rapporto sempre più libero e fluido con la realtà; l’immagine si fa soglia tra percezione e inconscio, pura eco emotiva.

La mostra si conclude, in maniera suggestiva, con una stanza ospitante da un lato una riproduzione su parete dello studio del fotografo, dall’altro otto teche contenenti centinaia di provini relativi alle serieQuesto ricordo lo vorrei raccontareeAutoritratti”. Come già affermato, i provini costituiscono una fonte preziosa per comprendere la complessità del lavoro di Mario Giacomelli e la sua personale visione della fotografia come processo, introspezione e atto di consapevolezza. Tra gesti preparatori, scatti di prova e riflessioni sul sé, emerge un percorso intimo e profondo, un invito ad addentrarsi nel cuore della sua poetica, in cui la fotografia diventa atto esistenziale. Lo studio, dall’altro lato, riflette l’ossessione instancabile e la dedizione del fotografo al suo lavoro, un ambiente decisamente singolare pieno di materiale accumulato su ogni superficie, alle parteti appese le sue fonti d’ispirazione: fotografie, cartoline, dipinti, oggetti, ricordi di ogni tipo. Frasi scritte dall’artista direttamente sulle pareti e sulle porte ci rivelano, come iscrizioni sacre sulle pareti di un tempio, l’essenza del suo lavoro: “non risposte ma creare nuove domande”, “paesaggio non come luogo ma come riflessione interiore” e infine “le mie foto non vanno capite ma INTERPRETATE”.

Laura D’Andrea (storica dell’arte, curatrice, perito d’arte, specializzata in arte contemporanea e museologia)



Foto ©️ Azienda Speciale Palaexpo | Margherita Masè,Alberto Novelli, Giacomo Tavelli.

Leave a comment