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Essere poeti e calabresi, di Enotrio Pugliese

Dicembre 8, 2025
Salvatore Giuseppe Di Spena

Si ridà luce ad un testo in prosa di Enotrio Pugliese, dal titolo “Essere poeti e calabresi”, pubblicato in origine sul numero speciale de «La Provincia di Catanzaro» (VII, 1-2, 1985), interamente dedicato al poeta Franco Costabile.

Il recupero dello scritto del poliedrico artista si ritiene essenziale per ricostruire e, nondimenotramandare a mezzo digitale, la rete di relazioni tra gli intellettuali del Novecento, che, per origine o attraversamenti,hanno contribuito allo sviluppo dell’arte e della letteratura in Calabria.

Coerentemente con la rubrica #Segni, di cui quest’articolo celebra il battesimo, riporteremo per intero l’omaggio che Enotrio Pugliese decise di lasciare in onore del fraterno amico Costabile. 

Riguardo alla figura di Enotrio, “magnetico artista”, ci si ripromette una più ampia trattazione delle sue opere in altri appuntamenti della rivista. Si aggiungono invece, in appendice, due ricordi dedicati al pittore, condivisi con chi scrive, per l’occasione, da Vito Teti e Maurizio Carnevali.

Paesaggio calabrese, di Enotrio Pugliese

Essere poeti e calabresi, di Enotrio Pugliese

Aderisco, non senza una vena di tristezza, all’invito di ricordare, con una personale testimonianza, l’amico poeta Franco Costabile.

L’inesorabile volgere del tempo frappone fra lui e me un velo sempre più fitto a motivo dello spessore, che la storia di questi ultimi vent’anni, ha interposto tra l’epoca della sua alta invettiva civile e il nostro squallido «quotidiano».

Egli lasciò la vita, i luoghi e i sentimenti, di cui era costituito il suo mondo poetico, in un’epoca nella quale grandi erano i rivolgimenti e le trasformazioni che ci hanno condotto alla Calabria di oggi.

Affondò le radici culturali in una terra contadina popolata di immagini e sensazioni ormai spazzate via da un inclemente sviluppo para-industriale e sostituite da nuove e diverse realtà, tuttora ingiustificabili.

Contadini aggiogati al lavoro, dispersi dall’emigrazione violenta, donne vedove-bianche e figli, tanti figli, soli, in attesa di crescere per nuovi disperati abbracci sotto la pensilina di sperdute stazioni ferroviarie.

Egli ha vissuto in un’epoca di lacerazioni e soprusi che profanavano la dignità umana, unica ricchezza allora custodita negli squallidi interni di paesi cariati dagli insulti del tempo e delle calamità naturali, non meno che dalla protervia e dal lenocinio politico.

Fu duro vivere negli anni ’50 in Calabria! Regione di confine, di colonizzazione politica furiosa, di demagogica assegnazione di terre riarse e incoltivabili.

La Calabria, mentre il Nord si avviava ad una industrializzazione impetuosa, visse con i suoi artisti, come Costabile, i momenti più aspri della lotta contadina e bracciantile per conquistare la più elementare condizione della sopravvivenza.

Visse la rozza affermazione del potere per il potere con metodi e arnesi di corruzione che fecero ripiombare la nostra regione nel buio dei secoli passati, quando la storia del resto della nazione era un brontolio di tuoni oltre il massiccio silano e nient’altro che questo.

Essere poeti e calabresi in quel tempo significava disporre per fare poesia delle zolle secche di feudi incolti, dei morti per l’occupazione delle terre, delle cruente rivolte sociali, dei distacchi dolorosi dalle proprie case e dalle proprie famiglie e poi delle povere e sacre reliquie del tessuto familiare, del lessico, delle abitudini, del senso reale del vivere quella condizione umana.

Franco Costabile visse con i suoi conterranei tutto ciò, percorrendo il calvario del suo personale «privato» e delle sue scelte culturali.

La sua poesia è pertanto il risultato di un percorso civile e politico, più che lirico e sentimentale, in questa tortuosa fiumara di acqua e pietre che l’alluvione storica aveva gonfiato nella sua terra.

Ecco perché non si può rileggere «La rosa nel bicchiere» o il «Canto dell’emigrante», senza ripiombare nella notte dei tempi di appena vent’anni fa.

Riletta sulla distanza di questi ultimi vent’anni, l’opera di Costabile ci appare, sia pure troncata drammaticamente dal suo gesto finale, come un’invettiva contro le istituzioni e le ideologie che stravolgono il senso della civiltà millenaria della nostra terra.

Egli ha il merito di aver anticipato di tre anni con il «Canto dell’emigrante» l’invettiva feroce del ’68.

È con questa anticipazione che il più grande poeta civile della Calabria esce dal suo tempo finito per entrare in quello sconfinato della memoria.

Attraverso la lettura della sua poesia egli è riuscito a rivelarci il dramma del Sud e con esso il tormento per il destino della nostra terra.

Costabile resterà l’unico poeta a testimoniare con la sua opera il malessere della Calabria e a creare coscienza politica, quanto non potranno mai crearne gli

«…………..
onorevoli, 
governatori, 
voi, amici, 
Leonardi da Vinci 
della Cassa del Mezzogiorno».
                                                                                                                           (1984)

Marina a Soverato, di Enotrio Pugliese

                                                                                                                                            
APPENDICE

VITO TETI: “Enotrio Pugliese aveva forte il senso dei luoghi e del tempo che passa. Aveva memoria e culto di paesi, cose, persone; lasciava segni, con dipinti, incisioni, versi, racconti. A 30 anni dalla sua scomparsa, non un articolo, un servizio televisivo, un convegno, una mostra hanno ricordato questo grande poeta dei nostri paesi-presepe, delle marine vuote, delle porte chiuse, in questa Calabria delle mille retoriche della memoria e narrazioni di magnifiche sorti e progressive.
E dire che se l’idea della Calabria generosa, accogliente, ospitale, anche solare e melanconica, ha una sua legittimità lo dobbiamo proprio a figure come Enotrio, uno degli artisti calabresi più noti e originali della seconda metà del Novecento.”

MAURIZIO CARNEVALI: “Enotrio Pugliese, al pari di Costabile, fu il cantore di una terra flagellata dall’emigrazione forzata e dallo sfruttamento di una classe di feudatari passivamente sopravvissuta ad ogni evento storico. I suoi paesaggi sono l’iconografia di una terra sempre più abbandonata. Il silenzio diventa materia tangibile nelle sue tele che rappresentano, al contempo, la nostalgia di una terra amata e un profondo senso di solitudine. Quei treni, così frequenti nella sua figurazione, altro non sono che la denuncia di una deportazione coatta di una popolazione sottomessa e utile solo allo sviluppo industriale del Nord. La così rara la presenza umana nelle sue composizioni altro non voleva essere che il racconto di un paese svuotato delle sue indispensabili braccia. Una pittura essenziale, scevra da concessioni ad alcun decorativismo, prevalentemente assimilabile al più puro neorealismo.”




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